Capiamo che si intende per disabilità e come chi ce l’ha affronta il mondo del lavoro. Uno, due, tre: via.

Che cos’è la disabilità?

Chiariamo innanzitutto che la disabilità non è una malattia. Non è una menomazione fisica o psichica. È piuttosto il risultato di un insieme di fattori: la salute di una persona, le sue caratteristiche e l’ambiente in cui vive. 

Si tratta quindi di una condizione che dipende dal contesto, ovvero dallo spazio, ma anche dal tempo. Per esempio potrebbe essere temporanea. Magari vi ci siete ritrovati anche voi in un periodo della vostra vita. Forse vi è capitato di fare un incidente e di camminare con la stampella, oppure un’otite vi ha fatto indebolire l’udito, oppure ancora una psicosi vi ha fatto perdere il contatto con la realtà. 

La disabilità è un’esperienza che tutti nell’arco della vita possono sperimentare.

Il punto di vista con cui dovremmo guardare alla disabilità quindi è il più possibile ampio: non è tanto individuale ma sociale. Se la società ci garantisse i servizi di cui abbiamo bisogno le differenze tra noi si appianerebbero, e forse non ci accorgeremmo neanche delle condizioni si vantaggio o svantaggio altrui.

Facciamo degli esempi facili: se non esistessero i sottotitoli le persone sorde non potrebbero comprendere bene i film e quindi percepirebbero la loro sordità più grave di quanto non sia. Oppure: se non esistessero gli scivoli sui marciapiedi le persone in sedia a rotelle non potrebbero circolare con facilità e – anche qui – percepirebbero la loro difficoltà motoria come una problema più ostico (il punto semmai è che gli scivoli sono pochi o che qualcuno ci parcheggia davanti… ma questa è un’altra storia). Anche la mancanza di vista è una disabilità, solo che nei casi meno gravi si può arginare con gli occhiali!

Non vogliamo certo negare che per alcune persone la disabilità sia molto invalidante. Vogliamo solo pensarla come parte di un tutto, che cambia a seconda dei punti di vista. La disabilità fa parte della vita. 

Quanti tipi di disabilità ci sono? 

Ricapitolando, la disabilità può essere:

  • più o meno grave;
  • transitoria o permanente.

La disabilità può interessare inoltre diversi aspetti di una persona, ovvero: 

  • l’aspetto fisico;
  • l’aspetto psichico;
  • l’aspetto sensoriale. 

Le varianti sono tantissime. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci ha aiutato a classificarle considerando la salute di un essere umano non in modo univoco, ma a seconda del contesto in cui vive. Un po’ il discorso che facevamo prima.

Tra le disabilità fisiche, la più comune è quella motoria. Non è un caso, forse, che l’immagine che ci viene più spesso in mente quando pensiamo alla disabilità è una persona in sedia a rotelle. Ci sono ad esempio persone che non sono in grado di camminare, che lo fanno con difficoltà o semplicemente con i propri tempi e modi, che non sono uguali a quelli di altre persone.  

Le disabilità psichiche possono avere ripercussioni anche a livello fisico, in ogni caso sono quelle che investono l’area del nostro cervello. Possono manifestarsi ad esempio con difficoltà di comunicazione, di autonomia o di controllo delle emozioni. Ma se ci si lavora su, queste difficoltà possono essere limate a tal punto da non essere percepite come disabilità, né dalla persona stessa e né dagli altri.

Tra le disabilità sensoriali, le più comuni sono quelle che riguardano l’udito e la vista. Parliamo quindi delle persone sorde e cieche. Queste limitate percezioni dei sensi possono compromettere delle attività come quelle inerenti alla sfera della comunicazione. Ad esempio, chi sviluppa la sordità può avere difficoltà a parlare, oppure chi sviluppa la cecità può avere difficoltà a orientarsi. Ci sono però delle soluzioni che rendono queste disabilità meno compromettenti: ad esempio, rispettivamente la lingua dei segni e il cane-guida.

Chi ha una disabilità può lavorare? 

Una domanda semplice e diretta a cui segue una risposta altrettanto semplice e diretta: certo che sì. Se messe nelle condizioni di farlo, tutte le persone con disabilità possono lavorare. 

In Italia ci sono leggi ad hoc che regolano e favoriscono il collocamento delle persone che hanno una disabilità. Queste leggi si propongono di:

  • rafforzare la rete di servizi sociali, sanitari, educativi e formativi;
  • promuovere gli accordi con le organizzazioni sindacali, le cooperative sociali e le associazioni di riferimento;
  • fare in modo che tutte e tutti trovino il posto di lavoro più consono, in base alle loro capacità e alle loro predisposizioni;
  • creare le basi per un ambiente inclusivo, compreso quello lavorativo. 

Oltre ai Centri per l’Impiego (CPI) e il Servizio di Integrazione Lavorativa (SIL), anche l’INAIL si occupa del lavoro per chiunque abbia una disabilità in vari modi, in particolare con gli obiettivi di: 

  • abbattere le barriere architettoniche;
  • adeguare le postazioni di lavoro a determinate esigenze;
  • formare i lavoratori nell’ottica dell’inclusività.

C’è poi la famosa legge 104, che definisce i diritti delle persone che hanno una disabilità in diversi campi, compreso quello lavorativo. Ad esempio i diritti riguardanti:

  • la scelta della sede di lavoro;
  • i tempi e i modi per partecipare ai concorsi pubblici;
  • i congedi straordinari retribuiti, inclusi quelli per i caregiver.

Quali lavori può fare chi ha una disabilità?

Qui la risposta è ancora più semplice: tutti. Dipende chiaramente dalla disabilità e dal contesto. Certo, è difficile che una persona cieca possa fare regia o che una persona che non controlla bene i propri movimenti faccia chirurgia. Del resto, ognuno di noi tendenzialmente sceglie il lavoro che vuole fare in base alle proprie predisposizioni. Ci sta che alcune cose siamo in grado di farle ed altre no… No?

Le persone con disabilità, insomma, possono lavorare in tutti i settori professionali: dall’ingegneria alla medicina, dalla formazione alla finanza, dall’intrattenimento all’accoglienza.

Il punto è facilitare l’accesso di tutte e tutti nel mondo del lavoro, prima e dopo l’assunzione.

L’obiettivo massimo è quello di sconfiggere le barriere culturali oltre che quelle fisiche: i tabù, i pregiudizi e gli stereotipi. 

Siamo ancora molto indietro ma contiamo sul fatto che l’inclusività va di moda ; D

Credits per le immagini: Pixabay.com, 12019, fsHH, Bettyblue, viarami, 14995841

Teresa Lucente
Teresa Lucente